Due fatti più di tanti altri dimostrano la fine di un sogno e di una speranza: l’industrializzazione di Ottana e della Sardegna Centrale. La marcia dei disoccupati del paese simbolo di questo disegno capeggiati dal Sindaco e dagli Amministratori comunali e la conclusione dell’inchiesta condotta dalla Guardia di Finanza sui finanziamenti concessi in base al “Contratto d’area” che doveva dare un lavoro sicuro a 1360 operai e che si è dimostrato invece un progetto truffaldino e un fallimento industriale.
Il disegno di sviluppo nato negli anni settanta in seguito alle proposte fatte dalla commissione Medici si è concluso miseramente. Rimangono solo macerie e fabbriche chiuse non per colpa della globalizzazione o della crisi mondiale, ma per responsabilità e incapacità che appartengono a molti soggetti, pubblici e privati.
L’inchiesta della guardia di Finanza ha cominciato ad individuarne alcuni. Tutto questo non deve significare la fine dell’industria nella Sardegna centrale. Non crediamo che qualsiasi tipo di sviluppo si voglia proporre debba prescindere dalla presenza fondamentale dell’industria. Il problema è: quale industria? Con quali e quanti incentivi? Quale ruolo all’imprenditoria endogena? Come affrontare in concreto il problema delle diseconomie?
Duemila abitanti, metà senza lavoro | di Francesco Oggianu - L'Unione Sarda
Per chiedere un lavoro, per tutti indistintamente (anche per “sos istranzos”), nessun megafono e nessuno slogan, ma solo un silenzio significativo della disperazione.
Nonostante il vento sferzante e le temperature rigide, a manifestare c'era anche la piccola Sara, meno di un anno, con la sua giovane mamma disoccupata. Con i visi lividi dal freddo, più o meno erano rappresentate tutte le famiglie del paese. All'alba si sono radunati in piazza e in corteo hanno percorso cinque chilometri, fino a raggiungere lo stabilimento chimico, dove è stato organizzato un sit-in. È la marcia per il lavoro, voluta dai disoccupati del paese, organizzata in maniera spontanea, (non c'erano sindacati e né forze politiche) e sostenuta dall'amministrazione comunale.
In prima linea, dietro lo striscione con la scritta “Disoccupati di Ottana”, c'era il sindaco Peppino Zedde. «Su 2400 abitanti, ben 518 sono disoccupati, 200 in cassa integrazione e 60 in mobilità. La situazione è gravissima. Da tempo non c'è più stata una assunzione e tanti padri di famiglia fanno salti mortali per sbarcare il lunario. Stiamo avviando un cantiere comunale. Questo in attesa dell'apertura del cantiere forestale grazie a quel milione che ci ha concesso la Regione e che a rotazione darà lavoro ad una quarantina di persone. Il resto è costituito da solo promesse». Tante promesse, alle quali la gente non crede più. «C'è veramente disperazione - commenta Salvatore Carboni, pensionato ex dipendente Eni - qui la situazione peggiora giorno dopo giorno».
Pina Madau, disoccupata, regge lo striscione assieme a Graziella Soro e Gianluca Soru: «Non chiedo lavoro per me, ma almeno per i miei due figli». Dall'altra qualcuno azzarda a lanciare qualche urlo. «Gridare è inutile - dice Graziano Siotto - tanto nessuno ci ascolta».
Dello stesso avviso Renato Denti, Ivan Sotgiu e Carmelo Soro. Altri due giovani reggono uno striscione con scritto “Inquinati e fregati”. Il perché è chiaro - dice l'assessore Pina Del Rio - i fumi maleodoranti della fabbrica invadono l'abitato e tutti indistintamente respiriamo quei veleni. La contropartita però è rappresentata solo nell'ufficio di collocamento».
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"C'è ormai un fiume di povertà che si ingrossa sempre di più e che ha superato il livello di guardia, un fiume in piena che sta trascinando via i progetti, i sogni e le speranze. Il lavoro è ormai un bene non disponibile soprattutto per tanti giovani costretti a rivedere il progetto di vita e a spostare sempre di più in avanti scelte fondamentali legate, insieme con il lavoro, alla propria identità e dignità di persone.... Porto Torres, Portovesme e Sardegna Centrale sono i luoghi in cui questo dramma si sta verificando in modo più evidente. La crisi riguarda migliaia di lavoratori, le loro famiglie e interi territori....Vogliamo rivolgere un appello alle Istituzioni, all'Amministrazione regionale e al Governo centrale, perchè si costruisca una risposta straordinaria ad una crisi eccezionale....La Conferenza episcopale parteciperà allo sciopero del 5 febbraio come segnale del nostro incoraggiamento e della nostra solidarietà."