Più che i ministri, alla Sardegna mancano le idee. Grandi progetti di sviluppo, sogni visionari come quelli che trascinarono l'Isola fuori dalla drammatica arretratezza del dopoguerra. Manca, soprattutto, qualcuno che sappia produrre tutto questo. Chi dice questo conosce bene la storia del peso politico dei sardi a Roma: è Mario Segni, che con la lunga carriera politica personale (divenne deputato nel 1976) ha raccolto il testimone del padre Antonio, che fu ministro, presidente del Consiglio e capo dello Stato.
Avere dei sardi al Governo sarebbe utile, commenta Segni a proposito della questione sollevata in questi giorni dall'Unione Sarda. Ma il vero nodo è la debolezza della classe dirigente locale: «Se l'Isola sapesse elaborare proposte forti - afferma il professore sassarese - le rivendicazioni sarebbero più semplici».
Lei non crede che la Sardegna conti meno di prima, a Roma?
«È certamente così, anche perché la maggioranza è basata sull'asse Pdl-Lega che da 15 anni esprime una cultura nordista. Ma sinceramente io vedo il problema in un'altra dimensione».
Quale sarebbe?
«Il fatto di contare politicamente a Roma mi pare secondario».
Quindi anche la presenza di politici sardi nel Governo?
«Per carità, magari avessimo un ministro sardo: sarebbe sicuramente utile. Ma decisivo non direi. Non rispetto ad altre considerazioni».
Quali considerazioni?
«La realtà è che oggi in Sardegna non c'è nessuno che abbia un vero progetto. E questo è grave, perché viviamo una fase di grandi crisi ma anche di grandi possibilità».
Le crisi le vediamo tutti. Le possibilità, francamente...
«Non c'è dubbio che le criticità siano più evidenti. Però nel medio-lungo termine ci avviamo verso una situazione in cui potremo contare su risorse notevoli. Grazie alle tecnologie scompare sempre più il concetto di insularità. Oggi fare certe cose a Sidney, a San Francisco o a Selargius è lo stesso. E poi la Sardegna è terreno fertile per molte iniziative, non solo turistiche, anche perché è l'unica regione del Sud senza problemi di criminalità organizzata».
Restano però forti arretratezze nelle infrastrutture, che richiedono interventi dello Stato.
«Questo è vero, ma se noi non abbiamo progetti validi non sappiamo neppure cosa chiedere. Il piano di rinascita e l'industrializzazione nascevano da progetti chiari: oggi li possiamo discutere, ma le idee erano ben precise».
Forse allora la classe politica sarda contava anche di più.
«Guardi, al tempo del piano di rinascita mio padre era ministro, e penso che questo abbia avuto la sua importanza: ma solo per facilitare un percorso che in Sardegna nasceva da una lunga incubazione, con la riflessione delle menti migliori».
Più che un calo di peso politico, lei sta descrivendo una crisi della classe dirigente sarda.
«Mi ha tolto le parole di bocca: è davvero una crisi di classe dirigente nel senso più ampio, non limitato alla politica.
Fenomeno legato al crollo della qualità della nostra istruzione, che un tempo era elevata. Lo dimostra l'ultimo rapporto Ocse-Pisa sulle competenze raggiunte dagli studenti dei vari Paesi».
La Sardegna ne usciva male.
«Malissimo: era tra le ultime regioni in assoluto, poco sopra le ultimissime del Mezzogiorno».
Come se lo spiega?
«Molti errori sono delle università sarde. Hanno fatto gemmare corsi qua e là, anziché pensare a collegamenti col Mit, la Sorbona o altri centri di eccellenza».
Avranno pesato anche interessi politici particolari e clientelari.
«Sì, ma non solo. Le faccio un esempio: a Sassari è nato un gigantesco mostro di cemento, nel terreno che doveva essere l'orto botanico, credo per la malattia del mattone dell'ex rettore Maida, che voleva lasciare opere visibili».
Come si può cambiare rotta?
«Investendo sull'istruzione e sulla ricerca. Solo così potremo creare una nuova classe dirigente. Certo, questo nel lungo termine».
A breve, invece, cosa si può fare?
«Anzitutto riprendere alcuni settori tradizionali, come l'agricoltura, che è stato un delitto trascurare. Ma ce ne sono altri, di avanguardia, su cui si può investire: le energie rinnovabili, le biotecnologie. Siamo la regione ideale per svilupparle e anche per attirare cervelli: un ricercatore probabilmente preferisce vivere a Pula e Alghero, anziché in una nebbiosa città tedesca».
Anche per simili investimenti molto dipende dalle scelte governative. Ha visto il caso del telescopio di San Basilio, a rischio per i tagli alla ricerca?
«L'ho visto ed è tristissimo. È chiaro che servono i fondi statali, ma se una Regione lancia idee e proposte serie, le risorse poi arrivano».
Ora la Regione è concentrata sulla difesa dell'industria. C'è un modo per vincere quella battaglia?
«Uno solo: battere i pugni. A volte noi sardi siamo troppo educati».
Dovremmo protestare di più?
«È anche cambiato il sistema politico. Quando ero un giovane deputato Dc, nessuno di noi aveva paura di protestare con un ministro del suo partito. Inviterei i nostri politici a essere più autonomi: si sentano prima di tutto sardi, e poi legati a un partito o una coalizione. Però devo dire che, sotto questo aspetto, negli ultimi mesi qualcosa in più si è visto».
Con lo sciopero generale i sindacati chiedono, tra l'altro, il riconoscimento costituzionale del principio di insularità. Condivide?
«La battaglia dell'insularità si vince in Europa, più che in Italia. Quando ero eurodeputato facemmo molti passi avanti, ma poi si è fermato tutto. La precedente Giunta regionale si era disinteressata».
Se tutto si gioca nel rapporto con l'Ue, rischia di aver ragione chi chiede l'indipendenza dell'Isola.
«Non c'è bisogno dell'indipendenza per aver voce a Bruxelles. Altre regioni ci riescono: noi non riusciamo a ottenere la prima conquista europea già dal Parlamento italiano».
Il collegio sardo per le Europee?
«Esatto. I nostri leader si sono battuti davvero poco per ottenerlo. Infatti poi hanno evitato di candidarsi. Sarebbe utile anche rivedere i nostri rapporti con lo Stato e l'Europa attraverso la riforma dello Statuto speciale, ma anche qui: c'era quella bella idea della Costituente sarda ed è stata abbandonata».
Ma l'urgenza è la crisi economica: e le riforme, come molti ricordano, non si mangiano.
«Mettiamola così: le riforme sono la casa, poi bisogna arredarla. Certo la casa non si mangia, ma se manca quella, manca anche la cucina».
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